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Published 15 Luglio 2026 - in Knowledge Center

Riorganizzazione aziendale: guidare cambiamento e continuità

Riorganizzazione aziendale: guidare cambiamento e continuità

Mercati che cambiano rapidamente, nuove tecnologie, fusioni e acquisizioni, pressioni sui costi: sono tutti fattori che spingono le aziende a rivedere la propria struttura organizzativa. Negli ultimi cinque anni, circa il 60% delle società dell’S&P 500 ha lanciato iniziative di riorganizzazione su larga scala, ma solo il 26% è riuscito a evitare un nuovo aumento dei costi nel tempo[1]. Per questo, una riorganizzazione aziendale richiede un approccio strutturato e una gestione rigorosa del cambiamento, che vada ben oltre la semplice riduzione dei costi.

INDICE DEI CONTENUTI

Cos’è la riorganizzazione aziendale e quando serve

La riorganizzazione aziendale è il processo con cui un’impresa ridisegna struttura, ruoli, processi e risorse per adattarli a una nuova strategia o a un mercato che è cambiato. Esistono due tipi di intervento, con logiche diverse[2].

  • Ristrutturazione: cambia l’impianto complessivo dell’organizzazione. Un esempio è il passaggio di Microsoft, nel 2013, da una struttura per linee di business a una per funzioni.
  • Riconfigurazione: modifica il perimetro delle singole unità di business, senza toccare la struttura generale. Novartis lo ha fatto nel 2016, dividendo la divisione Pharmaceuticals in due unità distinte.

Il tipo di intervento da scegliere dipende dal contesto. In settori dinamici come retail, banking o tech, la riconfigurazione tende a dare risultati migliori nel tempo.

Quando si insedia una nuova leadership, una delle prime tendenze è quella di riconsiderare l’assetto organizzativo. L’organigramma rappresenta però solo una delle componenti del sistema aziendale: la cultura organizzativa, le pratiche manageriali e la qualità della collaborazione tra i team esercitano un’influenza altrettanto significativa sulle performance. In molti contesti, il rafforzamento di questi fattori è sufficiente a generare miglioramenti concreti, senza rendere necessario un intervento sulla struttura organizzativa formale[3].

Le fasi di un piano di riorganizzazione aziendale

Trasformare un’intenzione strategica in un cambiamento organizzativo concreto richiede un percorso strutturato, che riduca l’incertezza e renda gestibile l’impatto sulle persone coinvolte. Per questo, un piano di riorganizzazione aziendale ben costruito non parte dalla ridefinizione dei ruoli, ma da un percorso in più fasi, ciascuna con obiettivi e responsabilità precise.

  1. Diagnosi organizzativa: analisi di ruoli, processi e allocazione delle risorse.
  2. Definizione degli obiettivi: cosa deve cambiare, e perché.
  3. Disegno della nuova struttura: ruoli, responsabilità, gerarchie.
  4. Comunicazione interna: verso i team coinvolti e l’intera organizzazione.
  5. Implementazione: attuazione graduale del cambiamento.
  6. Monitoraggio: verifica dei risultati nel tempo.

La fase di diagnosi è quella più critica, e spesso la più sottovalutata. I benchmark di settore, da soli, dicono poco se non sono accompagnati da un’analisi concreta delle attività reali.

Due aziende con costi simili possono nascondere strutture, processi e livelli di efficienza molto diversi tra loro. Solo un’analisi approfondita permette di distinguere le aree dove un intervento produce reale valore da quelle dove un taglio indiscriminato rischia di danneggiare il business.

Inoltre, le ristrutturazioni più efficaci impiegano in media 3-4 anni prima di generare un impatto positivo sui profitti: un orizzonte che richiede pazienza e continuità di visione da parte del management. Per questo motivo, è consigliabile distanziare questo tipo di interventi di almeno cinque anni l’uno dall’altro, lasciando all’organizzazione il tempo di assorbire il cambiamento e di consolidare i risultati prima di un nuovo intervento strutturale.

Aree di intervento: persone, ruoli e processi

La riorganizzazione del personale significa decidere in modo chiaro come distribuire compiti, competenze e responsabilità. Un modello utile è l’helix model, che separa chi sviluppa le competenze delle persone (capability leader) da chi gestisce il lavoro quotidiano e i risultati di business (value-creation leader)[4]. Questo evita le ambiguità tipiche delle strutture a matrice, dove un dipendente risponde a due capi contemporaneamente.

Perché questo modello funzioni, servono alcuni elementi:

  • un sistema che tracci le competenze reali delle persone, non solo il ruolo formale
  • una pianificazione delle risorse trasparente e frequente, idealmente trimestrale
  • responsabilità chiare su chi possiede ogni progetto
  • valutazioni delle performance che coinvolgano entrambe le figure di riferimento

Sul piano organizzativo, l’efficacia di una riorganizzazione dipende anche dalla presenza di adeguate strutture e servizi di supporto: le aziende che accompagnano il cambiamento con questi strumenti registrano un livello di innovazione superiore del 17%, misurato attraverso le citazioni dei brevetti, rispetto a quelle che non adottano analoghe misure[2].

Cambio mansione e demansionamento nella riorganizzazione

La riorganizzazione aziendale e il cambio mansione sono temi collegati, regolati dall’articolo 2103 del Codice civile[6]. Questo prevede che il lavoratore debba svolgere mansioni dello stesso livello e della stessa categoria di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

Il demansionamento per riorganizzazione aziendale è ammesso solo a due condizioni: deve esserci un vero cambiamento nell’organizzazione che riguarda la posizione del lavoratore, e il passaggio può avvenire di un solo livello inferiore, restando nella stessa categoria (ad esempio, da un livello di impiegato a un altro livello di impiegato, mai da impiegato a operaio). In pratica:

  • il cambio va comunicato per iscritto, altrimenti non è valido
  • il lavoratore mantiene il livello di inquadramento formale e la retribuzione già acquisita
  • cambi più ampi, che coinvolgono anche la categoria, sono possibili solo con un accordo firmato in sedi protette (ad esempio davanti a una commissione di certificazione), e solo se nell’interesse del lavoratore stesso per conservare il posto o acquisire nuove competenze

Riorganizzazione di società appartenenti allo stesso gruppo

Quando una riorganizzazione coinvolge più società appartenenti allo stesso gruppo, trovano applicazione le tutele previste dall’articolo 2112 del Codice civile[5], che disciplina il trasferimento d’azienda. La norma garantisce la continuità del rapporto di lavoro presso la società cessionaria, assicurando al lavoratore la conservazione di tutti i diritti maturati. Prevede inoltre che i contratti collettivi applicati al momento del trasferimento restino efficaci fino alla loro eventuale sostituzione e che cedente e cessionario rispondano in solido dei crediti maturati dal lavoratore anteriormente al trasferimento.

Licenziamento per riorganizzazione aziendale

Il licenziamento per riorganizzazione aziendale rientra tra i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, disciplinati dall’articolo 3 della Legge n. 604/1966. Può essere disposto quando l’impresa è interessata da effettive esigenze organizzative, produttive o economiche che comportino la soppressione di una specifica posizione lavorativa, nel rispetto dei presupposti individuati dalla legge e dalla giurisprudenza.

La giurisprudenza ha chiarito che possono integrare un giustificato motivo oggettivo anche interventi finalizzati a migliorare l’efficienza organizzativa o la redditività aziendale, purché comportino l’effettiva eliminazione del posto di lavoro[7]. Affinché il licenziamento sia considerato legittimo, devono tuttavia ricorrere congiuntamente tre presupposti:

  1. la riorganizzazione deve essere effettiva e non meramente pretestuosa
  2. deve sussistere un nesso causale diretto tra la riorganizzazione e la soppressione della specifica posizione lavorativa
  3. il datore di lavoro deve dimostrare di aver verificato la possibilità di ricollocare il lavoratore in un’altra posizione compatibile, anche di livello inferiore, in adempimento del cosiddetto obbligo di repêchage[8]

L’onere di provare la sussistenza di tutti questi presupposti grava sul datore di lavoro. Per alcune categorie di lavoratori e nei casi previsti dalla normativa applicabile, il licenziamento è inoltre subordinato allo svolgimento di una procedura conciliativa presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Vantaggi e rischi di una riorganizzazione efficace

Se progettata e realizzata in modo efficace, una riorganizzazione rende l’intera organizzazione più agile e resiliente. Favorisce un’allocazione più flessibile delle risorse, migliora il coordinamento tra le funzioni aziendali e contribuisce a ridurre le tensioni tra le strutture centrali e le unità di business.

I dati evidenziano, tuttavia, che il successo di una riorganizzazione non è scontato:

  • meno del 25% dei progetti di riorganizzazione raggiunge pienamente gli obiettivi prefissati[3]
  • circa il 60% delle organizzazioni registra un calo della produttività nel periodo immediatamente successivo all’implementazione del cambiamento[3]
  • nei mercati caratterizzati da elevata dinamicità, le ristrutturazioni radicali hanno determinato una riduzione media dei profitti del 2,6%, mentre gli interventi di riconfigurazione mirati hanno prodotto un incremento medio dello 0,4%[2]
  • una riorganizzazione non riuscita può lasciare l’azienda in una posizione peggiore rispetto a quella iniziale, a causa dei costi sostenuti, delle inefficienze generate e delle opportunità mancate

La differenza tra il successo e il fallimento di una riorganizzazione dipende spesso dalla qualità del change management. Oltre a definire con chiarezza responsabilità, budget e meccanismi di controllo, è essenziale accompagnare il cambiamento con una comunicazione trasparente, coerente e sostenuta direttamente dal vertice aziendale.

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